Quando i miti danneggiano i parchi

Nei parchi naturali, più che altrove, il passato idealizzato e il mito del selvaggio smettono di essere semplici narrazioni consolatorie e diventano problemi reali. Qui le fantasie non restano nei discorsi: influenzano scelte, conflitti, politiche e, alla fine, il territorio.

Da un lato c’è il passatismo ambientale: l’idea che esista un’età dell’oro da ripristinare, un paesaggio “com’era una volta” da congelare. Si invoca la natura intatta, il bosco primordiale, la montagna senza uomini, dimenticando che gran parte dei paesaggi che oggi chiamiamo “naturali” sono il risultato di secoli di interazione tra uomo e ambiente. Prati, pascoli, sentieri, terrazzamenti non sono ferite: sono storia stratificata.

Questo mito produce un primo danno: cancella le comunità locali dal racconto dei parchi. L’abbandono diventa virtù, la presenza umana un disturbo. Chi vive, lavora o presidia quei territori viene percepito come un problema da gestire, non come parte della soluzione. Il risultato è un parco vissuto come imposizione, non come progetto condiviso.

Dall’altro lato agisce il mito del selvaggio, che nei parchi assume una forma ancora più contraddittoria. C’è chi pretende wilderness assoluta, assenza di infrastrutture, zero intervento umano, ma poi frequenta quei luoghi grazie a strade, segnaletica, rifugi, soccorso alpino, manutenzione dei sentieri. È una richiesta di “natura pura” garantita da un sistema complesso che si finge di non vedere.

Questo immaginario genera un secondo danno: l’incomprensione del lavoro necessario alla tutela. Un parco non è un museo a cielo aperto né una foresta mitica che si autogestisce. È un territorio che richiede monitoraggi, manutenzione, scelte difficili, mediazioni continue. Demonizzare ogni intervento umano significa spesso favorire il degrado, non evitarlo.

Ci sono poi effetti più sottili ma altrettanto nocivi. La sacralizzazione della natura produce conflitti ideologici: contro i pastori, contro i boscaioli, contro chi fa manutenzione, contro chi prova a costruire economie compatibili. Si difende l’idea astratta di parco, ma si indebolisce il parco reale, quello che deve reggere sul tempo lungo e sulla convivenza.

Il paradosso è che i parchi nascono per tenere insieme, non per separare: conservazione e presenza umana, tutela e uso, natura e cultura. Quando invece diventano il palcoscenico di identità “pure” — il nostalgico del passato rurale mai vissuto o il finto abitante della wilderness — smettono di funzionare come strumenti di governo del territorio.

La vera sfida per i parchi oggi non è tornare a un prima che non esiste più, né inseguire una natura mitologica. È accettare la complessità: riconoscere che la tutela passa anche attraverso il lavoro umano, che il paesaggio è una costruzione storica, che la sostenibilità non è assenza di uomo ma qualità della sua presenza.

Finché continueremo a discutere di parchi come di luoghi fuori dal tempo e fuori dalla società, continueremo anche a produrre conflitti inutili e scelte sbagliate. Perché i miti possono consolare. Ma nei parchi, più che altrove, possono fare danni veri.

“𝗙𝗮𝗿𝗲 𝗿𝗲𝘁𝗲”: 𝗹𝗮 𝗿𝗲𝘁𝗼𝗿𝗶𝗰𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘀𝘂𝗺𝗮 𝗶𝗻 𝗽𝗼𝘀𝗮

C’è un tipo di articolo, sempre più frequente, che racconta grandi ambizioni collettive partendo da piccoli luoghi, parole alte e intenzioni dichiarate come urgenti e necessarie. In apertura tutto sembra condivisibile: la crisi dei territori, la necessità di unirsi, l’idea che solo “facendo rete” si possa invertire la rotta. È una narrazione rassicurante, ben costruita, difficile da contestare sul piano dei principi.

È proprio da qui che nasce questa riflessione. Non da un dissenso sull’obiettivo, ma da un disagio crescente verso il modo in cui quello stesso obiettivo viene raccontato e, soprattutto, messo in scena.

Negli ultimi anni fare rete ha smesso di essere una pratica e si è trasformato in un apparato scenografico. Una formula che funziona bene nei titoli, nelle dichiarazioni e nelle interviste, ma che troppo spesso si esaurisce lì. La rete non è più ciò che si costruisce nel tempo: è ciò che si dichiara di aver fatto.

Basta guardare la comunicazione che accompagna molte di queste iniziative. Locandine curate, comunicati solenni, immagini collettive. La rete viene rappresentata come una somma di loghi, affiancati con ordine grafico, senza che emerga chi fa cosa, chi decide, chi si assume responsabilità. Una rete nominale, più che reale.

Il momento culminante di questa narrazione è quasi sempre lo stesso: la foto di gruppo. Volti sorridenti, presenza istituzionale, cornice simbolica. Lo scatto perfetto per i social, pronto a certificare che qualcosa di importante è accaduto. Peccato che, molto spesso, quello sia anche il momento in cui tutto finisce.

Perché dopo la foto non resta un lavoro comune, non si intravede una struttura operativa, non si costruisce continuità. La rete, semplicemente, si dissolve. Era funzionale alla rappresentazione, non all’azione.

La parte più sconfortante non è nemmeno questa. È il fatto che chi è in quella foto ci crede davvero. Crede di aver partecipato a un passaggio storico, a una svolta, a un gesto collettivo significativo. E invece ha preso parte a una liturgia che dura il tempo di uno scatto e di qualche condivisione online.

In questo modo fare rete diventa un alibi linguistico. Serve a mascherare l’assenza di conflitto, di fatica, di scelte difficili. Serve a evitare la domanda più scomoda: cosa succede domani? Chi lavora? Con quali strumenti? Con quali risultati verificabili?

Il problema non è la retorica in sé, né la volontà di lanciare messaggi positivi. Il problema è quando la retorica sostituisce il lavoro e la rete diventa una parola passe-partout, buona per ogni stagione, ma incapace di reggere il peso della realtà.

Una rete che non sopravvive alla foto non è una rete.

È solo una bella immagine.

E le immagini, da sole, non tengono insieme i territori, non arrestano lo spopolamento, non costruiscono futuro.

L’altra metà del Parco: perché Orsomarso e Monte Alpi non sono comparse

C’è un paradosso che abita le nostre terre, e ogni tanto fa capolino come un’ombra lunga al tramonto. È il paradosso di chi resta.

Restare, qui in Basilicata, non è mai stato un gesto neutro.

È una scelta che sa di radici, di ostinazione, di amore caparbio. Una scelta che Vito Teti ha chiamato “restanza”, e che racconta la dignità silenziosa di chi decide che il proprio posto nel mondo non è un ripiego, ma un atto di cura.

Eppure, dentro questa fierezza si nasconde una contraddizione sottile, quasi impercettibile.

Perché se da un lato chiediamo all’Italia intera di riconoscere il valore dei nostri territori, dall’altro — dentro casa nostra — riproduciamo le stesse gerarchie che ci feriscono.

È qui che entra in scena il Pollino.

Una montagna amata, iconica, quasi un totem. Negli anni è diventata il volto pubblico del Parco, la sua silhouette da cartolina, il nome che tutti pronunciano con sicurezza. Bella, certo. Imponente, certo. Ma non unica. E soprattutto: non sola.

Perché il Parco non finisce sulla cresta del Dolcedorme e non comincia e finisce nel massiccio centrale.

Ci sono l’Orsomarso, con le sue valli profonde e segrete.

C’è il Monte Alpi, sentinella settentrionale, antico come un canto.

Ci sono paesi che vivono dentro il perimetro del Parco da trent’anni e ancora oggi devono giustificare la loro appartenenza come un parente alla lontana.

E allora capita la scena surreale: “Veramente siete nel Parco del Pollino?”

Lo stupore negli occhi di chi ascolta.

Un dubbio che non dovrebbe neanche esistere.

E invece esiste. Perché? Perché il nome non li nomina.

E quando non nomini, cancelli.

Così la restanza si incrina.

Perché restare non significa solo difendere il proprio paese dal rischio dell’abbandono.

Significa riconoscere l’altro pezzo di mondo che ti vive accanto, quello che non ha la fama glamour della vetta più alta, ma porta sulla pelle la stessa appartenenza, lo stesso vento, la stessa storia.

Eppure, nella narrazione di molti, è come se esistesse un Pollino di serie A e un Pollino di serie B.

Un centro e una periferia.

Un maniero e le sue dipendenze.

Proprio qui, dove la parola “periferia” ci ha ferito per decenni, rischiamo di infliggerla ad altri.

È questo il nodo doloroso.

Il fatto che, per sentirci più forti verso l’esterno, abbiamo finito per costruire una piccola gerarchia interna.

Abbiamo messo una montagna sul trono, e le altre le abbiamo lasciate in anticamera.

Ed è per questo che proporre un nome completo — “Parco del Pollino, dell’Orsomarso e del Monte Alpi” — non è un vezzo linguistico.

È un gesto di giustizia.

È dire, finalmente, che la bellezza non si concentra in un’unica cresta ma si diffonde, ampia, irregolare, sorprendente, in un territorio vasto e plurale.

La restanza, se vuole essere vera, non può permettersi monarchie simboliche.

Non può chiedere rispetto alla nazione e poi negarlo ai propri vicini.

Restare significa portare sulle spalle tutto il territorio, non solo il pezzo che ci somiglia di più, non solo quello che brilla nelle brochure.

Un parco nazionale non è una bandiera da piantare sulla vetta più famosa.

È una comunità di luoghi, persone, storie.

E finché continuiamo a chiamarlo solo “Pollino”, stiamo amputando la sua identità, negando voce a chi abita le sue soglie, le sue porte, i suoi margini.

La restanza, quella vera, non lascia nessuno ai margini.

E allora forse è il momento di dirlo con semplicità:

un nome che riconosce tutti non divide nessuno.

Un nome che include è un nome che cura.
Il resto sono scuse.

E noi, qui, di scuse non abbiamo più voglia.

I custodi immaginari del selvaggio che non c’è

Nei parchi italiani c’è un fenomeno ancora più curioso dei sedicenti esploratori: quelli che non sono turisti, ma abitano qui… e si comportano come se fossero gli unici custodi autorizzati del territorio.

Gente che mette piede in un bosco e subito scatta la modalità “io so, voi no”, come se la montagna gli avesse consegnato un diploma segreto alla nascita.

Hanno la spocchia di chi crede di vivere in un ambiente selvaggio e inaccessibile, ignorando che il paesaggio del parco è stato modellato per secoli da pastori, boscaioli e comunità intere.

Pascoli, tratturi, boschi governati: più antropizzato di così si muore.

Ma loro no: si atteggiano a ultimi guardiani della wilderness… mentre la vera wilderness, qui, non c’è mai stata.

Li vedi camminare come iniziati, convinti di avere una conoscenza superiore, e intanto la montagna sembra mormorare:

“Tesoro, se davvero sapessi tutto, partiresti almeno dal capire la mia storia.”

E la comicità è tutta lì: non turisti, non forestieri… ma gente del posto che si costruisce un mito personale e poi ci crede così tanto da guardare gli altri dall’alto in basso.

In realtà, l’unica cosa davvero “selvaggia” è la loro presunzione.

Free Gaza

Ogni volta che guardo questi bambini e leggo le parole che hanno scritto su questi segni, sento il mio cuore spezzarsi. Queste non sono solo parole su cartone, sono grida dal profondo di loro… grida di un’infanzia rubate giorno dopo giorno. Una bambina che vuole solo dormire senza paura, un ragazzo che sogna un giocattolo invece del suono degli aerei, e altri che non vogliono che tutta la loro vita sia ridotta a una parola: “guerra”. E sto impotente davanti ai loro occhi, chiedendomi: quando vivremo in pace come gli altri bambini?

Pagare: il valore del riconoscimento

In psicoterapia il pagamento non è un dettaglio amministrativo, ma un elemento essenziale del percorso. Pagare la seduta significa dare valore allo spazio di cura, riconoscere l’impegno reciproco tra paziente e terapeuta, attribuire peso e serietà al lavoro svolto insieme.

Nelle prospettive psicoanalitiche, questo gesto assume una valenza simbolica: il denaro diventa parte del setting terapeutico, può generare emozioni, conflitti o resistenze che diventano materiale da esplorare. Anche in approcci più pragmatici, come quello cognitivo-comportamentale, il pagamento resta fondamentale come segno di responsabilità e di contratto chiaro. In ogni caso, non è mai solo una questione di tariffa: è un atto che sostiene la trasformazione personale.

Qualcosa di simile accade nel lavoro dell’architetto. Un progetto non è soltanto una pianta o un disegno tecnico: è il frutto di competenza, creatività e capacità di interpretare i desideri e i bisogni di chi lo richiede. Non pagare quel lavoro non significa soltanto “non saldare una parcella”: significa svalutare il valore di quell’impegno, ridurre un atto di alta professionalità a un favore.

Pagare un architetto, invece, è riconoscere che il suo tempo e le sue idee hanno un peso concreto nella realizzazione di uno spazio di vita. È un gesto che attribuisce dignità al progetto e alla relazione di fiducia tra committente e professionista.

Che si tratti di terapia o di architettura, il pagamento è un gesto che costruisce la relazione. È la garanzia che entrambi — paziente e terapeuta, cliente e architetto — stanno prendendo sul serio quel lavoro e lo riconoscono come significativo.

In questo senso, il denaro diventa un linguaggio del valore: sancisce che ciò che è stato fatto non è banale, ma ha importanza. Non pagare, invece, significa togliere peso al lavoro, minare la fiducia e, in ultima analisi, svalutare la relazione stessa.

Pagare uno psicoterapeuta vuol dire riconoscere che la cura di sé merita spazio, tempo e responsabilità. Pagare un architetto vuol dire riconoscere che la progettazione del proprio spazio di vita ha un valore che va oltre il disegno tecnico.

In entrambi i casi, pagare non è un semplice scambio economico: è un atto di rispetto e di riconoscimento, che dà solidità alla relazione e rende possibile la trasformazione.