Se

Se tutti quelli che sono nipoti, figli, padri di emigranti, se tutti quelli che hanno affidato la loro vita ad un treno, una nave, un aereo, se tutti quelli che hanno lasciato una vita in una terra dove sono nati per cercarne un altra in altri luoghi, con altre lingue, con un altro sole, con un altro cuore, con un altra anima; se tutti quelli che sono morti per strada illusi di avere il diritto alla ricerca della felicita, che sono stati crocifissi per vedere quel giorno in cui sarebbero stati uguali a tutti gli altri uomini, di fronte alla legge, ai propri figli innocenti. Se tutti quelli nati per strada, che hanno visto la terra promessa che i loro padri hanno solo sognato, se tutti coloro che hanno consumato le loro vite per trovare un paese migliore, un motivo per vivere, un altro domani, un altro destino, se tutti noi che non moriremo dove siamo nati, che non vivremo dove è il nostro cuore che avremo sorrisi ma in altre lingue, che nasconderemo dentro di noi un anima ufficiale e una segreta, un mondo reale ed uno virtuale, un amore occasionale ed uno immortale; se tutti noi che viviamo ricordando, che sogniamo rimpiangendo, che amiamo desiderando, se tutti noi, tutti insieme, nello stesso istante, nello stesso secondo, dessimo un calcio alla terra dove siamo, allora il mondo di colpo si fermerebbe, smetterebbe di girare su se stesso, intorno al sole, intorno alla galassia. Allora, tutti i muri costruiti da chi ha paura, quei muri voluti da chi non sa parlare al prossimo, quei recinti creati da chi non vuole ascoltare, tutte quelle infinite pareti di mortale acciaio e doloroso cemento cadranno, come cadde la torre di babele con le sue mura fatte da chi si credeva Dio. Allora non vi saranno più confini, non vi saranno più paesi, steccati di filo spinato, visti da comprare o passaporti e carte verdi: tutti d’improvviso avremo un’unica madre, un’unica terra, un unico dolore

Walt Whitman

“Credo che potrei vivere con gli animali, sono così placidi e pieni di decoro. Rimango ad osservarli per ore e ore. Non si affannano e non si lamentano della loro condizione, Non stanno svegli nel buio piangendo per i loro peccati, Non m’infastidiscono discutendo dei loro doveri verso Dio, Nessuno è insoddisfatto, nessuno impazzisce per la mania di possedere cose, Nessuno s’inginocchia davanti all’altro, o a un suo simile vissuto migliaia di anni fa, Nessuno è rispettabile o infelice su tutta la terra. Così mi palesano i loro rapporti con me e io li accetto, Portano segni di me, e chiaramente ne dimostrano il possesso. Mi chiedo dove presero quei segni, Ho forse percorso quella strada tanto tempo fa e li ho lasciati sbadatamente cadere?”

Anton Čechov

“Tu puoi accendere le stufe con la torba, e le rimesse costruirle in pietra. Va bene, lo ammetto, abbatti foreste, se è necessario, ma perché sterminarle? Le foreste russe scricchiolano sotto l’ascia, periscono miliardi di alberi, sono devastati i rifugi delle bestie e degli uccelli, si insabbiano e seccano i fiumi, scompaiono senza rimedio meravigliosi paesaggi, e tutto questo perché all’uomo indolente manca il buon senso di ricavare dalla terra il combustibile. (A Elèna Andrèevna) Non è vero, signora? Bisogna essere barbari sconsiderati, per ardere nella stufa questa bellezza, per distruggere ciò che noi non possiamo foggiare. L’uomo è dotato d’intelligenza e di forza creativa per moltiplicare ciò che gli è dato, sinora però egli non ha creato, ma distrutto. Le foreste si fanno sempre più rade, i fiumi si seccano, la selvaggina si è estinta, il clima è guastato, e di giorno in giorno la terra diventa sempre più povera e più brutta.”

Noi

Noi. Noi siamo quelli che dicono “grazie” “prego” “scusi”, dando del lei e non “scusa” dando del tu, siamo quelli del “è permesso?” dopo aver bussato, se non sentiamo “avanti” non ci muoviamo. Noi siamo quelli che cedono il posto, agli anziani, ai deboli, siamo quelli che aspettano che i passeggeri scendano, prima di salire. Siamo quelli che quando vediamo un bambino ci viene da sorridere, anche se chissà chi è, siamo quelli che si prendono il dubbio della colpa, perché si chiedono sempre “è colpa mia?”, siamo quelli che è sempre meglio domandare, invece che credere di sapere, siamo quelli che iniziano le frasi con “per favore…”, siamo quelli che salutano per primi, quelli che le persone anziane passano avanti e non importa quanto siamo anziani noi, quindi sono sempre gli altri a passare avanti. Noi siamo quelli che cediamo il boccone più buono, il posto migliore, la posizione più comoda. Noi siamo quelli che stiamo dalla parte dei deboli, che fanno il tifo per chi perde e gli sta antipatico chi vince sempre, siamo quelli che l’importante è gareggiare, vincere è un incidente, noi siamo quelli che la forza, l’intelligenza, la ricchezza, la fortuna perfino, hanno senso se servono a tutti, se le dividi con chi è meno forte, intelligente, ricco e meno fortunato, allora ti senti giusto. Noi. Noi siamo quelli che adesso vengono considerati coglioni. Ma noi, siamo quelli orgogliosi di essere considerati coglioni, da quelli diversi da noi. Gli unici diversi che un po’ ci fanno schifo. Buongiorno coglioni, come noi.

(Dal web)

Migranti in fondo al mare

Migranti in fondo al mare a Lampedusa, il racconto straziante del sommozzatore: “Quel bambino? Un colpo al cuore” Di Laura Melissari “La vista di quel bimbo laggiù non si può reggere, è un colpo al cuore. Ad una cosa così forte non sei mai preparato”: sono le pesantissime parole del sommozzatore che ha trovato i corpi dei migranti annegati a Lampedusa. Rodolfo Raiteri è un sommozzatore esperto, che ha assistito a tragedie grosse come la Costa Concordia e Torre dei Piloti a Genova, ma una cosa del genere non l’aveva mai vista. “Ad una cosa così forte non sei mai preparato. Non può esserlo nessuno, neanche uno come me che un po’ di pelo sullo stomaco ce l’ha”, ha raccontato a Repubblica l’uomo, responsabile dei reparti subacquei della Guardia costiera. Parole come “stretta allo stomaco” o “nodo alla gola” accompagnano lo straziante racconto. “Avremmo anche potuto lasciar perdere, la complessità dell’intervento, il tempo inclemente avrebbe potuto indurci a concludere tutto dichiarando impossibile l’impresa. E invece abbiamo testardamente voluto continuare le ricerche per ridare almeno dignità a queste persone. E dico persone, e non migranti”, dice ancora nell’intervista. La scena che ha messo più un crisi l’uomo è quella del bambino abbracciato stretto stretto alla madre. Stretto fino alla morte, e anche oltre. L’uomo racconta che dopo il naufragio era stato impossibile immergersi in acqua a causa delle condizioni meteo. Ma poi il sonar ha suonato segnalando la presenza della barca naufragata. “Abbiamo mandato giù subito il nostro robot e quando, sulla consolle che abbiamo sul gommone, sono apparse le prime immagini ci sono venute le lacrime agli occhi”, ha detto l’uomo. Le operazioni di recupero dei corpi saranno complicate, si dovrà scendere due alla volta legati con una corda, a una profondità di 60 metri. “Sarà un trauma, ma noi sommozzatori siamo una grande famiglia e affrontiamo tutto insieme. Oggi saremo giù in 28. Sappiamo che le nostre vite sono in mano a chi farebbe qualsiasi cosa pur di salvarle. Per questo per noi non c’è nulla di più importante che salvare una vita”, conclude il sommozzatore.