Cose che non vedevo/2

Tutto quello che mi passa davanti

FORSE IMPARARE A VEDERE SIGNIFICA ANCHE IMPARARE A SCEGLIERE CHE COSA NON GUARDARE

È un pensiero che mi è venuto stamattina, mentre bevevo il mio solito caffè in piedi e, con l’altra mano, facevo il giro del mondo senza muovermi dalla cucina.

Prima ancora di finire la tazzina, avevo già assistito a una guerra, imparato a cucinare una cosa che probabilmente non cucinerò mai, ascoltato un economista spiegare perché siamo tutti più poveri, visto uno spezzone di un vecchio film di Totò, il restauro di un oggetto antico, letto la massima di un filosofo e scoperto che un gatto era capace di aprire il frigorifero.

Non ero ancora uscito di casa e, soprattutto, non avevo chiesto niente di tutto questo. Avevo semplicemente aperto Facebook e cominciato a scorrere con il pollice, un gesto ormai così familiare che non saprei neppure dire quando sia diventato un’abitudine.

Una notizia dietro l’altra, informazioni, nozioni, conoscenze, consigli, immagini, tragedie e barzellette, tutto mescolato con una naturalezza sorprendente. La sofferenza di un popolo può precedere un video comico, una scoperta scientifica può essere seguita dalla pubblicità di una padella antiaderente, e io continuo a scorrere, passando dall’una all’altra cosa senza quasi rendermi conto del salto che sto facendo.

Non è che queste cose non mi interessino, alcune sono persino straordinarie, ma da qualche tempo mi domando se sia ancora io a decidere che cosa mi interessa. Qualcosa continua a propormi nuovi contenuti, forse nella convinzione di sapere cosa mi piaccia, e qualche volta devo ammettere che ci indovina pure. Il fatto è che ogni informazione sembra chiedermi un po’ della mia attenzione, come se ignorarla significasse perdere un’occasione per conoscere qualcosa in più. Così passo da una notizia all’altra, da una curiosità a un approfondimento, senza avere quasi mai il tempo di chiedermi se quella cosa desiderassi davvero saperla.

A un certo punto mi sono fermato e ho provato a ricordare che cosa avessi visto nei venti minuti precedenti. Mi erano rimaste in mente poche cose, qualche immagine, una battuta, forse una notizia, mentre di tutto il resto non conservavo quasi nulla. Eppure, in quei venti minuti, avevo avuto accesso a una quantità di informazioni che un tempo avrei impiegato giorni, forse settimane, a raccogliere. Mi è venuto allora un dubbio: possibile che, pur incontrando ogni giorno così tante cose, alla fine ne conosca davvero così poche?

Poi ho guardato fuori dalla finestra.

C’è un piccolo pino loricato davanti casa che mi è stato regalato da un vivaio forestale (ho la fortuna di vivere in un Parco Nazionale). L’ho piantato qualche anno fa e per molto tempo ho avuto il dubbio che non ce l’avrebbe fatta, ma alla fine ha attecchito e ora cresce lentamente, senza dare spettacolo, tanto che a volte trascorrono settimane prima che mi accorga di qualche cambiamento. Per conoscerlo ho dovuto aspettare, tornare a guardarlo, imparare a riconoscere anche quei piccoli mutamenti che a uno sguardo frettoloso sfuggirebbero del tutto.

È una cosa curiosa: sullo schermo, in pochi minuti, posso attraversare il mondo intero senza conoscere quasi nulla di ciò che incontro, mentre davanti casa posso trascorrere mezz’ora a osservare qualcosa che conosco da anni e scoprire ancora un dettaglio che mi era sfuggito. Eppure, a pensarci bene, non è che il pino abbia qualcosa di particolarmente interessante da raccontarmi, almeno secondo i criteri con cui oggi sembra si debba conquistare l’attenzione di qualcuno.

Non credo che il problema sia Facebook, sarebbe troppo semplice, oltre che poco credibile da parte di uno come me che continua a usarlo. Mi domando piuttosto quando abbiamo cominciato a considerare ogni informazione un’occasione da non perdere, come se conoscere significasse necessariamente aggiungere qualcosa a ciò che già sappiamo: un’altra notizia, un’altra immagine, un’altra curiosità, magari da dimenticare pochi minuti dopo.

Forse, nel tentativo di non perdermi niente, finisco per perdere proprio quello che mi interessa. Il tempo per fermarmi su una cosa, per farmi una domanda, per cercare una risposta senza che nel frattempo qualcuno me ne suggerisca altre dieci.

E se qualche volta fosse necessario fare il contrario? Lasciare passare una notizia senza inseguirla, rinunciare a un video, accettare persino di non sapere qualcosa, magari per trovare il tempo di conoscere meglio qualcos’altro.

Ho posato il telefono e mi sono accorto che il caffè, naturalmente, era diventato freddo. Mi sono affacciato a guardare il pino, che nel frattempo non aveva fatto assolutamente niente di nuovo, almeno niente che un algoritmo avrebbe ritenuto interessante mostrarmi.

Eppure sono rimasto lì qualche minuto. Per quella mattina, il mondo poteva anche fare a meno di aggiornarmi.

Custodire è un verbo controcorrente

Ci sono parole che usiamo spesso e che, a forza di usarle, rischiano di perdere significato. Una di queste è “custodire”.

Custodire una montagna, un bosco, un sentiero non significa necessariamente trasformarlo, migliorarlo o lasciare su di esso il nostro segno. A volte significa esattamente il contrario: avere cura perché qualcosa possa continuare a esistere anche senza di noi.

È una riflessione nata in occasione del Premio “Custode delle Terre Alte” e che ho provato a sviluppare in un articolo pubblicato su Lo Scarpone, il portale del Club Alpino Italiano.

Mi interessa soprattutto un’idea: viviamo in un tempo nel quale siamo continuamente spinti a mostrare ciò che facciamo, a misurarlo, a raccontarlo. La cura, invece, spesso lavora in silenzio.

Un sentiero che rimane percorribile. Un muro a secco che continua a stare in piedi. Una varietà agricola che non scompare. Un bosco che resta semplicemente un bosco.

Forse il risultato più bello della custodia è proprio questo: poter guardare qualcosa, dopo molti anni, e dire semplicemente:

“Guardate. È ancora qui.”

L’articolo completo è pubblicato su Lo Scarpone – Club Alpino Italiano.

Leggi l’articolo completo su Lo Scarpone →

Cose che non vedevo — Il pezzo di terra davanti casa

Per molto tempo ho pensato di aver semplicemente piantato degli alberi davanti casa.

Solo dopo molti anni mi sono accorto che, senza saperlo, stavo costruendo un paesaggio.

Quando arrivai qui, questo spazio mi sembrava abbastanza insignificante. C’era del verde, certo, ma per me era poco più dello spazio davanti casa.

Oggi non riesco più a guardarlo così.

Quegli olmi, per esempio, quando arrivai erano ancora piccoli arbusti. Adesso sono alberi. Li ho visti crescere anno dopo anno e forse proprio per questo faccio fatica a rendermi conto di quanto siano diventati grandi.

Poi c’è il pioppo tremulo. Quello non l’ho piantato io. È nato spontaneamente e, a un certo punto, avrei potuto decidere che era nel posto sbagliato e toglierlo. Invece l’ho lasciato fare. Ha scelto lui dove nascere; io mi sono limitato a permettergli di restare.

L’alloro, invece, l’ho piantato quando era poco più di un piccolo arbusto. Oggi è difficile ricordarlo com’era.

E poi c’è il melograno.

Lo avevo comprato in un negozio di fiori e stava morendo. Sembrava non esserci più molto da fare. Prima di arrendermi decisi di dargli un’ultima possibilità: lo tolsi dal vaso e lo misi nella terra.

Ce l’ha fatta.

L’acero canadese ha una storia diversa. Probabilmente questo non è il posto che avrebbe scelto. Lo capisco da come cresce: fa fatica. Eppure continua a farlo. Ogni anno un po’.

Il corbezzolo, quando lo piantai, era talmente piccolo e insignificante che quasi scompariva in mezzo a tutto il resto. Oggi è rigoglioso.

E poi c’è il piccolo pino loricato.

Quando lo misi lì avevo parecchi dubbi. Non ero affatto sicuro che avrebbe attecchito. Invece, al di là di ogni mia aspettativa, è ancora lì e continua a crescere.

Infine c’è l’agave.

Quando la piantai era davvero minuscola. Oggi è diventata una presenza importante in questo piccolo spazio. E ogni estate mi sembra che stia finalmente per fiorire.

Ogni estate me lo promette.

E ogni estate manca alla promessa.

Ormai credo che faccia parte del nostro rapporto.

A pensarci bene, però, quello che rende importanti per me queste piante non è ciò che sono.

È che conosco la loro storia.

So chi c’era già e chi è arrivato dopo. Chi ho scelto io e chi ha scelto da solo di stare qui. So chi ha rischiato di morire, chi cresce senza difficoltà e chi invece deve conquistarsi ogni anno qualche centimetro. So persino chi continua a farmi aspettare qualcosa che forse un giorno arriverà.

E allora mi accorgo che questo spazio non è più quello che vedevo tanti anni fa.

Eppure il luogo è lo stesso.

Sono io che non lo guardo più nello stesso modo.

Perché adesso, quando guardo questi alberi, insieme a quello che c’è vedo anche quello che c’era prima. E in mezzo ci sono gli anni trascorsi.

Non so dire esattamente quando questo pezzo di terra abbia smesso di essere semplicemente lo spazio davanti casa.

So soltanto che oggi conosco la storia di quasi ogni albero che ci vive.

E forse un luogo comincia ad appartenerci proprio quando siamo capaci di ricordare com’era prima.

Progetti pubblici, il grande assente: il costo

Tutto parte da certi sorrisi. Quelli delle foto di convegni, delle conferenze, dei momenti finali in cui si celebrano progetti spesso immateriali: percorsi, piattaforme, strategie, reti. Sorrisi sinceri, quasi sempre. Ma anche simbolici. Perché raccontano un successo che raramente viene messo davvero alla prova.

Accanto a quei sorrisi scorrono parole importanti: “innovazione”, “visione”, “impatto”, “buone pratiche”. La comunicazione è curata, efficace, sempre più professionale. Eppure, dentro questa narrazione, c’è un’assenza costante. Il costo.

Quanto è costato davvero quel progetto?

È una domanda semplice, quasi brutale nella sua essenzialità. E proprio per questo resta quasi sempre fuori scena. Non compare nelle slide, non entra nei comunicati, raramente trova spazio nei racconti pubblici.

Eppure, nella vita reale, il valore non esiste senza confronto. Quando acquistiamo qualcosa, la prima operazione che facciamo — anche senza pensarci — è mettere in relazione ciò che otteniamo con ciò che paghiamo. È lì che nasce il giudizio.

Nei progetti, invece, questo passaggio sembra dissolversi. Si raccontano gli obiettivi, i risultati, i benefici. Ma il costo resta sullo sfondo, come se fosse un dettaglio tecnico e non un elemento sostanziale.

Il punto non è stabilire se un progetto sia valido o meno. È capire se vale ciò che è costato. Perché il valore non è mai assoluto: è sempre relativo alle risorse impiegate e ai risultati ottenuti. La stessa iniziativa può apparire virtuosa o eccessiva a seconda del prezzo che ha richiesto.

Senza questo dato, il giudizio si sposta. Non si basa più su una valutazione, ma sulla capacità di raccontare. E in questo spazio, inevitabilmente, prevale lo storytelling: non il progetto migliore, ma quello raccontato meglio. In un’epoca in cui la comunicazione è sempre più raffinata, il rischio è evidente: progetti molto ben narrati possono sembrare automaticamente progetti riusciti.

L’assenza del costo non è casuale. Inserirlo significa esporsi. Significa accettare che qualcuno possa chiedere, confrontare, mettere in discussione. È molto più semplice restare su un piano dove tutto è positivo, tutto è “strategico”, tutto è “importante”.

C’è anche una questione di complessità, certo. I progetti pubblici si costruiscono spesso con risorse diverse, distribuite nel tempo, articolate in più voci. Ma tra complessità e omissione il confine è sottile. E troppo spesso si finisce per non dire nulla.

Eppure basterebbe poco per cambiare il quadro. Accanto alle immagini e alle parole, una scheda essenziale: costo totale, fonti di finanziamento, durata, beneficiari stimati. Niente di polemico, solo trasparenza. Uno strumento per capire, non per giudicare a priori.

Perché rendere visibile il costo non indebolisce i progetti. Li rafforza. Un progetto che regge il confronto tra risultati e risorse è un progetto solido, credibile, difendibile. E soprattutto è un progetto che rispetta chi, direttamente o indirettamente, lo finanzia.

Quei sorrisi, allora, restano. Ma cambiano significato. Non più solo celebrazione, ma anche consapevolezza. Non più solo racconto, ma misura.

Perché senza il costo, il valore resta un’impressione. Con il costo, diventa qualcosa di molto più concreto. E dove il costo manca, il rischio è che resti soprattutto il racconto.

Quando i miti danneggiano i parchi

Nei parchi naturali, più che altrove, il passato idealizzato e il mito del selvaggio smettono di essere semplici narrazioni consolatorie e diventano problemi reali. Qui le fantasie non restano nei discorsi: influenzano scelte, conflitti, politiche e, alla fine, il territorio.

Da un lato c’è il passatismo ambientale: l’idea che esista un’età dell’oro da ripristinare, un paesaggio “com’era una volta” da congelare. Si invoca la natura intatta, il bosco primordiale, la montagna senza uomini, dimenticando che gran parte dei paesaggi che oggi chiamiamo “naturali” sono il risultato di secoli di interazione tra uomo e ambiente. Prati, pascoli, sentieri, terrazzamenti non sono ferite: sono storia stratificata.

Questo mito produce un primo danno: cancella le comunità locali dal racconto dei parchi. L’abbandono diventa virtù, la presenza umana un disturbo. Chi vive, lavora o presidia quei territori viene percepito come un problema da gestire, non come parte della soluzione. Il risultato è un parco vissuto come imposizione, non come progetto condiviso.

Dall’altro lato agisce il mito del selvaggio, che nei parchi assume una forma ancora più contraddittoria. C’è chi pretende wilderness assoluta, assenza di infrastrutture, zero intervento umano, ma poi frequenta quei luoghi grazie a strade, segnaletica, rifugi, soccorso alpino, manutenzione dei sentieri. È una richiesta di “natura pura” garantita da un sistema complesso che si finge di non vedere.

Questo immaginario genera un secondo danno: l’incomprensione del lavoro necessario alla tutela. Un parco non è un museo a cielo aperto né una foresta mitica che si autogestisce. È un territorio che richiede monitoraggi, manutenzione, scelte difficili, mediazioni continue. Demonizzare ogni intervento umano significa spesso favorire il degrado, non evitarlo.

Ci sono poi effetti più sottili ma altrettanto nocivi. La sacralizzazione della natura produce conflitti ideologici: contro i pastori, contro i boscaioli, contro chi fa manutenzione, contro chi prova a costruire economie compatibili. Si difende l’idea astratta di parco, ma si indebolisce il parco reale, quello che deve reggere sul tempo lungo e sulla convivenza.

Il paradosso è che i parchi nascono per tenere insieme, non per separare: conservazione e presenza umana, tutela e uso, natura e cultura. Quando invece diventano il palcoscenico di identità “pure” — il nostalgico del passato rurale mai vissuto o il finto abitante della wilderness — smettono di funzionare come strumenti di governo del territorio.

La vera sfida per i parchi oggi non è tornare a un prima che non esiste più, né inseguire una natura mitologica. È accettare la complessità: riconoscere che la tutela passa anche attraverso il lavoro umano, che il paesaggio è una costruzione storica, che la sostenibilità non è assenza di uomo ma qualità della sua presenza.

Finché continueremo a discutere di parchi come di luoghi fuori dal tempo e fuori dalla società, continueremo anche a produrre conflitti inutili e scelte sbagliate. Perché i miti possono consolare. Ma nei parchi, più che altrove, possono fare danni veri.

“𝗙𝗮𝗿𝗲 𝗿𝗲𝘁𝗲”: 𝗹𝗮 𝗿𝗲𝘁𝗼𝗿𝗶𝗰𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘀𝘂𝗺𝗮 𝗶𝗻 𝗽𝗼𝘀𝗮

C’è un tipo di articolo, sempre più frequente, che racconta grandi ambizioni collettive partendo da piccoli luoghi, parole alte e intenzioni dichiarate come urgenti e necessarie. In apertura tutto sembra condivisibile: la crisi dei territori, la necessità di unirsi, l’idea che solo “facendo rete” si possa invertire la rotta. È una narrazione rassicurante, ben costruita, difficile da contestare sul piano dei principi.

È proprio da qui che nasce questa riflessione. Non da un dissenso sull’obiettivo, ma da un disagio crescente verso il modo in cui quello stesso obiettivo viene raccontato e, soprattutto, messo in scena.

Negli ultimi anni fare rete ha smesso di essere una pratica e si è trasformato in un apparato scenografico. Una formula che funziona bene nei titoli, nelle dichiarazioni e nelle interviste, ma che troppo spesso si esaurisce lì. La rete non è più ciò che si costruisce nel tempo: è ciò che si dichiara di aver fatto.

Basta guardare la comunicazione che accompagna molte di queste iniziative. Locandine curate, comunicati solenni, immagini collettive. La rete viene rappresentata come una somma di loghi, affiancati con ordine grafico, senza che emerga chi fa cosa, chi decide, chi si assume responsabilità. Una rete nominale, più che reale.

Il momento culminante di questa narrazione è quasi sempre lo stesso: la foto di gruppo. Volti sorridenti, presenza istituzionale, cornice simbolica. Lo scatto perfetto per i social, pronto a certificare che qualcosa di importante è accaduto. Peccato che, molto spesso, quello sia anche il momento in cui tutto finisce.

Perché dopo la foto non resta un lavoro comune, non si intravede una struttura operativa, non si costruisce continuità. La rete, semplicemente, si dissolve. Era funzionale alla rappresentazione, non all’azione.

La parte più sconfortante non è nemmeno questa. È il fatto che chi è in quella foto ci crede davvero. Crede di aver partecipato a un passaggio storico, a una svolta, a un gesto collettivo significativo. E invece ha preso parte a una liturgia che dura il tempo di uno scatto e di qualche condivisione online.

In questo modo fare rete diventa un alibi linguistico. Serve a mascherare l’assenza di conflitto, di fatica, di scelte difficili. Serve a evitare la domanda più scomoda: cosa succede domani? Chi lavora? Con quali strumenti? Con quali risultati verificabili?

Il problema non è la retorica in sé, né la volontà di lanciare messaggi positivi. Il problema è quando la retorica sostituisce il lavoro e la rete diventa una parola passe-partout, buona per ogni stagione, ma incapace di reggere il peso della realtà.

Una rete che non sopravvive alla foto non è una rete.

È solo una bella immagine.

E le immagini, da sole, non tengono insieme i territori, non arrestano lo spopolamento, non costruiscono futuro.