I rumori del bosco

Il colonnello restò seduto ad aspettare il nuovo giorno, e per la prima volta conobbe i rumori della foresta. Quella notte ce n’erano quindici. Li contò ad uno ad uno. 1. Di tanto in tanto, vaghi boati fondi, che parevano uscire di sottoterra, quasi si preparasse un terremoto. 2. Stormire di foglie. 3. Cigolio di rami piegati dal vento. 4. Fruscio di foglie secche al suolo. 5. Rumore di rami secchi, foglie e pigne che cadevano a terra. 6. Una voce remotissima di acque correnti. 7. Rumore di un uccello grande levantesi ogni tanto a volo con alto frastuono d’ali (forse un gallo cedrone). 8. Rumori di mammiferi (scoiattoli o faine o volpi o lepri) che attraversavano la foresta. 9. Ticchettio di insetti che urtavano o camminavano sui tronchi. 10. A lunghi intervalli, il ronzio di una grossa zanzara. 11. Il fruscio presumibilmente di una biscia notturna. 12. Il grido di una civetta. 13. Il dolce canto dei grilli. 14. Urla e lamenti lontani di un animale sconosciuto forse assalito da gufi o lupi. 15. Squittii del tutto misteriosi Ma due o tre volte, quella notte, ci fu anche il vero silenzio, il solenne silenzio degli antichi boschi, non comparabile con nessun altro al mondo e che pochissimi uomini hanno udito.

Dino Buzzati, Il segreto del bosco vecchio

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Le parole

“Le parole sono vive, entrano nel corpo, bucano la pancia: possono essere pietre o bolle di sapone, foglie miracolose. Possono fare innamorare o ferire. Le parole non sono solo mezzi per comunicare… ma sono corpo, carne, vita, desiderio. Noi non usiamo semplicemente le parole, ma siamo fatti di parole, viviamo e respiriamo nelle parole.”

Massimo Recalcati

Ottavia

“Se volete credermi, bene. Ora dirò come è fatta Ottavia, città – ragnatela. C’è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle. Si cammina sulle traversine di legno, attenti a non mettere il piede negli intervalli, o ci si aggrappa alle maglie di canapa. Sotto non c’è niente per centinaia e centinaia di metri: qualche nuvola scorre; s’intravede più in basso il fondo del burrone. Questa è la base della città: una rete che serve da passaggio e da sostegno. Tutto il resto, invece d’elevarsi sopra, sta appeso sotto: scale di corda, amache, case fatte a sacco, attaccapanni, terrazzi come navicelle, otri d’acqua, becchi del gas, girarrosti, cesti appesi a spaghi, montacarichi, docce, trapezi e anelli per i giochi, teleferiche, lampadari, vasi con piante dal fogliame pendulo. Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge.” Italo Calvino, Le città invisibili.

L’ago di Garda

Se un bambino scrive nel suo quaderno «l’ago di Garda», ho la scelta tra correggere l’errore con un segnaccio rosso o blu, o seguirne l’ardito suggerimento e scrivere la storia e la geografia di questo «ago» importantissimo, segnato anche nella carta d’Italia. La Luna si specchierà sulla punta o nella cruna? Si pungerà il naso?

Gianni Rodari, Grammatica della Fantasia