Dita

Ieri sera mi sono sentita come se tante ali mi accarezzassero tutta, come se le punte delle tue dita avessero bocche che baciavano la mia pelle.
(Frida Kahlo)

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L’ago di Garda

Se un bambino scrive nel suo quaderno «l’ago di Garda», ho la scelta tra correggere l’errore con un segnaccio rosso o blu, o seguirne l’ardito suggerimento e scrivere la storia e la geografia di questo «ago» importantissimo, segnato anche nella carta d’Italia. La Luna si specchierà sulla punta o nella cruna? Si pungerà il naso?

Gianni Rodari, Grammatica della Fantasia

“Firenze, Riace” di Adriano Sofri

Firenze sta facendo una sua gara d’inseguimento. Ieri si è saputo di due circolari della prefettura destinate ai centri di accoglienza dei richiedenti asilo (di accoglienza!). La prima obbliga a rientrare nei centri entro le 20. La seconda dispone la perquisizione dei pacchi ricevuti per controllare che non contengano oggetti “troppo costosi” acquistati online. Firenze si va piazzando bene nella gara d’inseguimento, fra Lodi e Riace. Intanto però Riace ha allungato.

La durezza è un tratto distintivo degli Stati, dai vertici al fondo, dagli ermellini fino a qualche sportello impiegatizio stanco della vita altrui. La durezza delle burocrazie è più distratta che cattiva, diventa cattiva per abitudine o per frustrazione. La crudeltà invece esige applicazione, è una specie di buona volontà alla rovescia, è una durezza calcolata nei dettagli in modo da moltiplicare l’oltraggio e la sofferenza. Potreste perfino trovare un torturatore di professione duro senza essere crudele, ma di uno crudele farete un torturatore magnifico, appassionato, per così dire. Pensieri così suscita la misura che libera Mimmo Lucano dagli arresti domiciliari seguita dal codicillo – ecco la crudeltà, come una prova d’artista – di vietargli il soggiorno nel suo paese. Dev’essere per educarlo, rieducarlo. Dev’essere per il suo e nostro bene. Alla voce: tortura.

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Le nostre parole

I sufi ci consigliano di parlare soltanto quando le nostre parole sono riuscite a passare attraverso tre cancelli. Al primo cancello, ci chiediamo: “Sono vere queste parole?”. Se lo sono le lasciamo passare; se non lo sono, le rimandiamo indietro. Al secondo cancello, ci domandiamo: “Sono necessarie?” All’ultimo cancello, invece, chiediamo: “Sono gentili?”.

Eknath Easwran