Il fascismo secondo Ennio Flaiano

Il Fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il Fascismo è demagogico ma padronale, retorico, xenofobo, odiatore di culture, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli ‘altri’ le cause della sua impotenza o sconfitta. Il fascismo è lirico, gerontofobo, teppista se occorre, stupido sempre, ma alacre, plagiatore, manierista. Non ama la natura, perché identifica la natura nella vita di campagna, cioè nella vita dei servi; ma è cafone, cioè ha le spocchie del servo arricchito. Odia gli animali, non ha senso dell’arte, non ama la solitudine, né rispetta il vicino, il quale d’altronde non rispetta lui. Non ama l’amore, ma il possesso. Non ha senso religioso, ma vede nella religione il baluardo per impedire agli altri l’ascesa al potere. Intimamente crede in Dio, ma come ente col quale ha stabilito un concordato, do ut des. È superstizioso, vuole essere libero di fare quel che gli pare, specialmente se a danno o a fastidio degli altri. Il fascista è disposto a tutto purché gli si conceda che lui è il padrone, il padre. Ennio Flaiano 1966

I rumori del bosco

Il colonnello restò seduto ad aspettare il nuovo giorno, e per la prima volta conobbe i rumori della foresta. Quella notte ce n’erano quindici. Li contò ad uno ad uno. 1. Di tanto in tanto, vaghi boati fondi, che parevano uscire di sottoterra, quasi si preparasse un terremoto. 2. Stormire di foglie. 3. Cigolio di rami piegati dal vento. 4. Fruscio di foglie secche al suolo. 5. Rumore di rami secchi, foglie e pigne che cadevano a terra. 6. Una voce remotissima di acque correnti. 7. Rumore di un uccello grande levantesi ogni tanto a volo con alto frastuono d’ali (forse un gallo cedrone). 8. Rumori di mammiferi (scoiattoli o faine o volpi o lepri) che attraversavano la foresta. 9. Ticchettio di insetti che urtavano o camminavano sui tronchi. 10. A lunghi intervalli, il ronzio di una grossa zanzara. 11. Il fruscio presumibilmente di una biscia notturna. 12. Il grido di una civetta. 13. Il dolce canto dei grilli. 14. Urla e lamenti lontani di un animale sconosciuto forse assalito da gufi o lupi. 15. Squittii del tutto misteriosi Ma due o tre volte, quella notte, ci fu anche il vero silenzio, il solenne silenzio degli antichi boschi, non comparabile con nessun altro al mondo e che pochissimi uomini hanno udito.

Dino Buzzati, Il segreto del bosco vecchio

Le parole

“Le parole sono vive, entrano nel corpo, bucano la pancia: possono essere pietre o bolle di sapone, foglie miracolose. Possono fare innamorare o ferire. Le parole non sono solo mezzi per comunicare… ma sono corpo, carne, vita, desiderio. Noi non usiamo semplicemente le parole, ma siamo fatti di parole, viviamo e respiriamo nelle parole.”

Massimo Recalcati

Ottavia

“Se volete credermi, bene. Ora dirò come è fatta Ottavia, città – ragnatela. C’è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle. Si cammina sulle traversine di legno, attenti a non mettere il piede negli intervalli, o ci si aggrappa alle maglie di canapa. Sotto non c’è niente per centinaia e centinaia di metri: qualche nuvola scorre; s’intravede più in basso il fondo del burrone. Questa è la base della città: una rete che serve da passaggio e da sostegno. Tutto il resto, invece d’elevarsi sopra, sta appeso sotto: scale di corda, amache, case fatte a sacco, attaccapanni, terrazzi come navicelle, otri d’acqua, becchi del gas, girarrosti, cesti appesi a spaghi, montacarichi, docce, trapezi e anelli per i giochi, teleferiche, lampadari, vasi con piante dal fogliame pendulo. Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge.” Italo Calvino, Le città invisibili.