C’è un tipo di articolo, sempre più frequente, che racconta grandi ambizioni collettive partendo da piccoli luoghi, parole alte e intenzioni dichiarate come urgenti e necessarie. In apertura tutto sembra condivisibile: la crisi dei territori, la necessità di unirsi, l’idea che solo “facendo rete” si possa invertire la rotta. È una narrazione rassicurante, ben costruita, difficile da contestare sul piano dei principi.
È proprio da qui che nasce questa riflessione. Non da un dissenso sull’obiettivo, ma da un disagio crescente verso il modo in cui quello stesso obiettivo viene raccontato e, soprattutto, messo in scena.
Negli ultimi anni fare rete ha smesso di essere una pratica e si è trasformato in un apparato scenografico. Una formula che funziona bene nei titoli, nelle dichiarazioni e nelle interviste, ma che troppo spesso si esaurisce lì. La rete non è più ciò che si costruisce nel tempo: è ciò che si dichiara di aver fatto.
Basta guardare la comunicazione che accompagna molte di queste iniziative. Locandine curate, comunicati solenni, immagini collettive. La rete viene rappresentata come una somma di loghi, affiancati con ordine grafico, senza che emerga chi fa cosa, chi decide, chi si assume responsabilità. Una rete nominale, più che reale.
Il momento culminante di questa narrazione è quasi sempre lo stesso: la foto di gruppo. Volti sorridenti, presenza istituzionale, cornice simbolica. Lo scatto perfetto per i social, pronto a certificare che qualcosa di importante è accaduto. Peccato che, molto spesso, quello sia anche il momento in cui tutto finisce.
Perché dopo la foto non resta un lavoro comune, non si intravede una struttura operativa, non si costruisce continuità. La rete, semplicemente, si dissolve. Era funzionale alla rappresentazione, non all’azione.
La parte più sconfortante non è nemmeno questa. È il fatto che chi è in quella foto ci crede davvero. Crede di aver partecipato a un passaggio storico, a una svolta, a un gesto collettivo significativo. E invece ha preso parte a una liturgia che dura il tempo di uno scatto e di qualche condivisione online.
In questo modo fare rete diventa un alibi linguistico. Serve a mascherare l’assenza di conflitto, di fatica, di scelte difficili. Serve a evitare la domanda più scomoda: cosa succede domani? Chi lavora? Con quali strumenti? Con quali risultati verificabili?
Il problema non è la retorica in sé, né la volontà di lanciare messaggi positivi. Il problema è quando la retorica sostituisce il lavoro e la rete diventa una parola passe-partout, buona per ogni stagione, ma incapace di reggere il peso della realtà.
Una rete che non sopravvive alla foto non è una rete.
È solo una bella immagine.
E le immagini, da sole, non tengono insieme i territori, non arrestano lo spopolamento, non costruiscono futuro.
