Core ‘ngrato

Nove e non più nove. Il transfuga Gonzalo Higuain ha lasciato Napoli in una spirale di furore, rancore e livore. Perché i tifosi perdonano tutto fuorché il tradimento. E perfino in un calcio multinazionale, globalizzato, finanziarizzato, aziendalizzato, delocalizzato come quello di oggi, la passione per la propria squadra resta arcaicamente territoriale. In quanto significa, immediatamente e senza bisogno di parole, una storia, un’identità, un sentimento, una passione. Blut und boden, blood and soil, sangue e terra. È l’algoritmo di quello ius soli che stringe in un legame indissolubile il campione ai simboli che rappresentano l’appartenenza locale. Prima di tutti la maglia, che rappresenta in estrema sintesi la fedeltà ai colori sociali. «Non sono io a portare la maglia ma è lei che porta me». Lo diceva il grande Patrick Vieira. Una frase che non sarebbe suonata stonata sulle labbra di un cavaliere della tavola rotonda. E che sembra fatta apposta per una tifoseria come quella partenopea, i cui amori e umori affondano in un immaginario popolare dove il tradimento è la più grande, la più imperdonabile, la più disonorevole delle infamie o, meglio, delle infamità. È l’anima mediterranea di Napoli, quella per cui il codice dell’onore è più importante di quello della colpa, che alla fine rimane roba da protestanti. E l’onore, per un campione, significa restare fedele al suo ruolo. Che, lo dice la parola stessa, è quello di essere una parte che rappresenta tutti. Di fatto, il tradimento di Higuain ha infranto quella legge dell’onore che è alla base del patto non scritto su cui poggiano l’ethos e il pathos popolari. Baciare la maglia azzurra per poi rinnegarla, farsi fotografare mentre solleva quella juventina come una sindone, gioire scompostamente dopo aver segnato il primo gol in bianconero. Sono questi i capi d’accusa che la tifoseria imputa al Giuda da novanta milioni. Altro che i trenta denari dell’Iscariota, che oggi al cambio farebbero appena 18 euro, anche se allora erano il prezzo di uno schiavo, o un mese di salario di un bracciante. In ogni caso l’opposto di Maradona, eroe e santo, beatificato dall’agiografia pallonara ed assurto ad esempio edificante per aver respinto con un fermissimo niet la corte dell’Avvocato che negli anni Ottanta avrebbe fatto carte false per portarlo sotto la Mole. In questo senso il “falso nueve” juventino ha fatto uno sgarro che lo fa assomigliare al malamente della sceneggiata, del feuilleton e della canzone neomelodica, quello che calpesta tutte le sacre icone della comunità. Dimenticando la famiglia, la mamma, gli amici, il vicolo. E le creature, che so’ piezz’ ‘e core. Insomma è come se san Gennaro si mettesse a fare il miracolo per Torino. Non c’è più religione. 

Marino Niola

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